Perché leggere i classici

Siddhartha di Hermann Hesse, ovvero l'instancabile ricerca della verità sulla vita

(Siddhartha)

Lo so, quest'estate ho letto Narciso e Boccadoro di Hermann Hesse: ma non so per quale forma di ictus io voglia invece parlarvi del primo libro che ho letto di questo autore. Per cui il mio ultimo libro estivo dovrà aspettare un po' prima di comparire sul blog, mentre noi parliamo di altro. Come al solito è bello dire una cosa e poi smentirmi - vi prego, vogliatemi bene lo stesso.

In ogni caso, Siddhartha. Ho ricevuto in regalo questo libro nel 2012 e dopo averlo letto ho provato emozioni contrastanti. Spero in questa recensione di riuscire a rendere al meglio le due tipologie di pensiero che mi hanno attraversata e riuscire a fare le distinzioni e i chiarimenti adeguati al caso. E' un libro che allo stesso tempo ho apprezzato e disprezzato, rimanendo poi abbastanza confusa riguardo al finale. In ogni caso non è un libro semplice - se voi l'avete trovato diversamente da come io ne parlerò, fatemi sapere qui sotto con un commento e sarò ben felice di rifletterci su. Non voglio soffermarmi troppo su dettagli superflui, piuttosto iniziamo subito con la trama del libro e vediamo di che cosa parla.


Uscito nel 1922, la storia racconta di Siddhartha, figlio privilegiato di un Brahmino, membro della casta religiosa per eccellenza nella cultura Induista. Tutti amano il giovane: è la gioia del padre e della madre, tutti lo stimano per la sua intelligenza e la profondità della sua introspezione spirituale, per la sua capacità nei dibattiti, per la sua dedizione allo studio, ed infine tutte le ragazze gli muoiono dietro. Indirizzato da sempre a seguire le orme del padre, come il sistema indiano prevedeva, un giorno decide di lasciare tutto ed intraprendere la vita del Samana - ovvero dell'asceta. Da lì inizia un viaggio alla ricerca della massima saggezza e verità concernente l'uomo. Prima di ogni cosa è bene fare una precisazione: questo libro non racconta la vita del Buddha Shakyamuni, o anche conosciuto come Siddhartha Gautama. Non è neanche una rilettura romanzata, ma neanche alla lontana. Anzi, il Buddha storico appare come un personaggio secondario a sé stante verso la fine, ma nulla più. Ve lo dico da buddhista praticante da diversi anni e che quindi ha studiato abbastanza a fondo la dottrina e la storia della religione che ha scelto di praticare. Mi ha sempre irritata molto il fatto che le persone associassero le due cose e magari le confondessero. Il Siddhartha personaggio si discosta sia per indole che per scelte di vita dal Buddha Shakyamuni. Per dare qualche informazione biografica su Hermann Hesse - che non guastano mai - il padre dello scrittore e il nonno paterno erano missionari pietisti in India e da loro lo scrittore trasse grande interesse per le religioni e le culture orientali. Per un periodo della sua adolescenza si dedicò all'ascetismo, poi compì lui stesso un viaggio in India e Indonesia: qui deve aver ottenuto la maggior parte delle informazioni che ha usato nel libro.

L'aspetto dell'opera che meno ho gradito è stato proprio il suo protagonista: Siddhartha è amato e stimato da tutti per le sue capacità naturali. Troppo amato. Tutte le porte si spalancano per magia davanti a lui e ciò mi è sembrato assurdo e anche piuttosto irreale. Ha un carattere altero, egocentrico e profondo fino ad un certo punto. Tutte le conquiste che fa mi sembrano un po' regalate, se consideriamo che le sue qualità sono un'intelligenza naturale e un buon spirito di ricerca - ed entrambi ai miei occhi non bastano per giustificare tutto ciò che Siddhartha riceve dal mondo. In particolare, diventa esasperato il confronto - ovvio fin dalle prime pagine - tra il protagonista e il suo compagno di viaggio, Govinda. Suo migliore amico e devoto compagno, quasi ai limiti del fastidioso, Govinda è privo di tutte le caratteristiche brillanti in cui è dotato Siddhartha e risulta quasi come una figura goffa, un perenne felice ed incompleto. Govinda diventa il metro di giudizio per far brillare ancora di più il personaggio principale, sia nei momenti in cui i due viaggiano assieme sia quando si separano sia nella conclusione. E questo non mi è piaciuto.

Per il resto il libro si pone un obiettivo molto apprezzabile: far assaporare al lettore occidentale un po' di filosofia e visione della vita del lontano Oriente. Non fate però l'errore, dopo aver letto il romanzo, di pensare di aver compreso il pensiero buddhista: non è così, questa è solo la superficie ed è pure romanzata. Tuttavia penso che non sia assolutamente una lettura da evitare, perché fa riflettere, perché è una lettura da non sottovalutare. Siddhartha vive di tutto, attraversa fasi molto contrastanti nel suo girovagare, si perderà ad un certo punto. Ed è qui che penso di averlo apprezzato di più: quando un uomo si rende conto di aver sbagliato strada e deve riconsiderare tutta la sua vita; quando non c'è qualità innata che tenga e davvero si fatica a decidere da che parte andare. E' un libro che ci vuole insegnare che la vita non va presa in modo scontato, ma in tutto si può ricercare un significato e un insegnamento prezioso. E che il percorso di ognuno di noi dev'essere libero da ogni apparente predestinazione e desiderio altrui. Vi invito in ogni caso a leggerlo ed ad approfondire, sempre.